L’ombra dell’Inquisizione

«La credenza che esistono esseri quali le streghe è parte così essenziale della fede cattolica che il sostenere ostinatamente l’opinione opposta sa manifestamente di eresia.»

Queste le parole che compongono una delle epigrafi che aprono il libro di cui sto per parlarvi. Esse sono tratte dal Malleus Maleficarum e spalancano le porte di un castello fatto di paganesimo e caccia alle streghe.

Uno scrittore è colui che in grado di aprire un mondo sul mondo. La capacità di calarsi nella realtà e tramutarla o mostrarla sotto altri punti di vista spetta a pochi. Tutto ciò, però, è in mano a Laura Pegorini e ce lo dona attraverso le pagine del suo libro La Negromante.

Partiamo con ordine: Suor Febe, orsolina di 26 anni razionale e testarda, con una solida fiducia in se stessa e nelle proprie capacità, è delegata a recarsi, al posto del fratello, in un cupo villaggio del territorio cremonese per verificare le accuse mosse dalla popolazione contro Annaluna e Vernante, uniti da un rapporto morboso e inquietante: riuscirà a scagionarli dal Tribunale del Sant’Uffizio, che li indaga per stregoneria? Nella sua ricerca della verità, è accompagnata da Padre Geraldo, che con lei condivide la convinzione che ciò di cui dobbiamo aver paura non è la strega, ma chi le punta il dito contro senza saperlo.

In poche pagine, la lettera di Suor Febe al fratello vuole essere una denuncia contro gli innumerevoli pregiudizi di cui sono sempre state vittime le donne, soprattutto quelle considerate diverse dalle convenzioni sociali.

La nostra scrittrice dimostra, per prima cosa, una grande conoscenza di luoghi, personaggi e fatti storici, cosa fondamentale dato il contesto in cui ha ambientato la propria storia. Non manca di sviscerare gli animi dei vari personaggi che risultano essere totalmente calati nel proprio tempo. I pregiudizi verso gli stranieri, il diverso, il folle, l’ebreo, il filo sottile che lega una forte fede alla superstizione più cieca, la paura insensata verso l’ignoto.

Tutto viene raccontato in maniera fluida, in una lunga missiva volta a presentare una protagonista che non è perfetta, ma crede in ciò che fa. Perché suor Febe, proveniente da una famiglia agiata e figlia cadetta costretta a intraprendere la carriera monastica, è intrisa dei preconcetti propri della sua classe sociale e della sua posizione, ma cerca ugualmente di superarli per scoprire la verità.

L’Inquisizione è un’ombra oscura, che si pone come la spada di Damocle sulle teste di ogni cittadino per bene. Il giorno prima sei un semplice contadino, ma il giorno dopo vieni accusato di aver stretto un patto con Satana. La stessa protagonista riesce a imporsi sugli altri più per rispetto verso il suo abito che per vera comprensione e apprezzamento nei confronti delle sue grandi doti intellettive. Il tutto mentre l’orrore umano si fa sempre più vivo e fluido.

La grande cultura della scrittrice si vede anche in questo. La capacità di descrivere quel senso di oppressione che attanagliava ogni più piccolo borgo, la paura del Male, la fede vista più come carnefice vendicativo che come amore, i luoghi e le loro tradizioni.

Questo libro vi toglierà il fiato e non riuscirete a smettere di leggerlo, in una scrittura fluida capace di svelare ogni più tetro segreto del cuore.

Rosita Mazzei

L’importanza di una buona intervista

La scrittura come modo per esprimersi e confrontarsi con il resto del mondo. La scrittura come metodo educativo e mezzo per poter evolvere come persona e professionista. Quello che ci viene proposto è un vero e proprio manuale atto a far addentrare i più inesperti nei meandri del mondo dell’intervista giornalistica e tutto ciò che ne consegue.

Di questo, e molto altro, ci parla Annalisa Murru all’interno del proprio saggio Come preparare, realizzare e scrivere un’intervista.

Una delle prime affermazioni di rilievo all’interno di questa produzione è il fatto che la scrittrice in questione asserisca che il testo da lei prodotto non ha intenzione di insegnare nulla a nessuno, ma è semplicemente atto a mostrare il suo metodo di lavoro, migliorato col tempo sul campo. Lo dimostra il fatto che gli esempi da lei portati sulla carta riguardano proprio le sue esperienze lavorative personali. Ed è proprio questo uno dei metodi migliori, a mio avviso, per poter fare in modo che chi ci legga sia in grado di comprendere pienamente le nostre intenzioni e le nostre capacità.

Dopo una breve introduzione, il lettore viene accompagnato all’interno del testo e del metodo giornalistico. Le varie fasi vengono snocciolate passaggio dopo passaggio per permettere al fruitore di tale testo di comprendere pienamente i meccanismi che regolano un’intervista che ai più, probabilmente, appare come una mera consecutio di domande e risposta.

I trucchetti del mestiere vengono spiegati con grande facilità, sin dall’indagine sui vari motori di ricerca del personaggio che sarà al centro dell’intervista dell’articolista o del giornalista. Affermazioni e azioni che sembrano quasi scontate, si rivelano invece assai utili e davvero sconosciute al grande pubblico che forse, stando al di fuori del mondo editoriale e giornalistico, sottovaluta l’importanza di determinati elementi.

La nostra saggista, inoltre, all’interno del testo ci mette in guardia anche dalle possibili delusioni e dalle difficoltà che un lavoro come questo porta dietro di sé: circostanze come quella di non riuscire facilmente a ottenere l’intervista con la persona desiderata o l’eventualità di non ricevere alcuna risposta alla nostra richiesta di una collaborazione.

Il manuale in questione, poi, è pensato proprio per tutti coloro che vorrebbero far parte di questo mondo, ma non hanno alcuna formazione alle spalle. Esso spiega passo dopo passo come impostare una telefonata, una mail, il tipo di relazione da istituire per poter raggiungere traguardi soddisfacenti e importanti, con tanto di esempi esplicativi a riguardo per meglio aiutare il lettore nel suo intento.

Nei vari capitoli vengono analizzate le diverse fasi del lavoro dell’articolista come la redazione della scaletta, la trascrizione dell’intervista avvenuta, la scelta del titolo e la cura di quanto elaborato.

Cosa da tenere a mente all’interno di questo manuale è il tono amichevole con cui è stato composto in modo da essere facilmente fruibile davvero a chiunque. Il tono spesso scanzonato aiuta la digestione di elementi importanti e, soprattutto, risultano decisivi due elementi che potrebbero apparire contraddittori pur non essendolo affatto: la voglia di mettersi sempre in discussione e la consapevolezza che, comunque, il proprio lavoro troverà sempre dei detrattori. Inoltre, credo sia doveroso aggiungerlo, il testo in questione non è un mero e freddo insieme di regole da seguire per poter effettuare un buon lavoro. Esso è intriso dei sentimenti e delle emozioni della sua autrice che, attraverso queste pagine, ci inonda con la propria passione per la scrittura e per il mondo editoriale in generale, poiché per lei le parole non solo solo un mezzo per comunicare col mondo, ma anche, e soprattutto, un modo per approfondire la propria anima.

«Scriviamo per farci leggere, certo, ma prima di tutto per esprimerci» afferma la nostra saggista e credo non possa esserci frase più veritiera.

Rosita Mazzei

Un felice connubio letterario

Quella che mostro oggi è una recensione particolare per i miei standard, ma forse non troppo. La bellissima copertina del libro che ho avuto il piacere di leggere potrebbe far pensare a un romance, eppure questa non è l’unica sfumatura presente nel testo. Ma partiamo con ordine.

Pinot Grigio a colazione è il romanzo d’esordio della scrittrice Floriane Canovas, per i tipi Segreti in giallo & Belle Époque – Collane Editoriali.

La trama racchiude al proprio interno tutti gli elementi più significativi di questo avvincente testo: la vita matrimoniale di Barbara va a rotoli. Sta per separarsi da suo marito e come se non bastasse scopre che lui ha un’altra da ben cinque anni. Ossia, da quando si sono sposati.
Sola e disoccupata finisce per accettare il lavoro in un pub. Qui ritrova una sua vecchia amica di infanzia e incontra Alessandro. Tra lei e il suo capo scatta una fatale attrazione che diverrà amore.
Una serie di rivelazioni sconvolgenti però, la porteranno ad affrontare un passato sconosciuto e pericoloso sul quale incombe una scia di brutali omicidi.
Il serial killer è lì, più vicino di quanto creda.

Quello che mi ha colpito maggiormente di questo romanzo è stata la capacità di amalgamare perfettamente due generi letterari che solitamente viaggiano su binari separati: il romance e il giallo. La bravura della scrittrice è quella di saper chiamare a sé i lettori di entrambi i generi senza deludere nessuno dei due. Il testo inizia con un tono abbastanza calmo, ma più ci si addentra nella storia e più si viene catapultati all’interno del mondo dei protagonisti, coinvolti in vicende assai difficili da districare, atte a tenere il lettore col fiato sospeso fino alla fine del racconto.

La stessa protagonista sarà costretta a fare i conti col proprio passato dovendo ricostruire la propria identità in una lotta contro il tempo, mentre il suo cuore andrà in confusione per un nuovo rapporto che appare instabile e pericoloso.

Ammetto che all’inizio la proposta della scrittrice in questione non sembrava nelle mie corde, non sembrava la mia tazza di tè come direbbero gli inglesi, provenendo da una base letteraria assai differente, ma mi sono piacevolmente ricreduta scorrendo le varie pagine. Mi è piaciuta molto anche l’attenzione data alla sfera emotiva dei personaggi che andava, giustamente, cambiando a seconda delle situazioni in cui si ritrovavano coinvolti, analizzando con cura le varie sfaccettature dell’animo umano che si ritrova costretto a reagire a situazioni molto più grandi della propria persona, non potendo far altro che reagire a esse.

I colpi di scena non mancano e la scrittura scorrevole ivi proposta vi farà divorare il libro. Sono sicura che gli amanti della lettura più fresca e d’impatto troveranno pane per i loro denti tra queste pagine dal sapore frizzante. Non mi resta che augurarvi una buona lettura!

Rosita Mazzei

Mario Saccomanno – Germogli

Non ho siepi o paesaggi imperiosi
che svelano versi al solo osservarli,
io per solcare di nero questi fragili fogli
devo scavare nel fango che ho intorno
e vestirmi di tutti gli umori
che trascina e sprigiona
ogni singolo giorno.

E bacio la pelle vogliosa d’amore
di storie ammassate in vicoli bui,
ne faccio orgasmi di vento e parole
che in rari casi
ai più della bellezza
assumono il rango.

Mario Saccomanno – Lancette

Lancette

Ci vivono ancora di certo i ricordi
riempiendole di pane
strappato dalle scaglie della terra
e sogni e amori, distacchi e delusioni
queste case sconfitte dalle sterpaglie
dell’ultimo darsi
e dagli acciacchi del tempo.

Nuoto in punta di piedi
fra mille rigagnoli grigi,
in quel vivaio in cui pesco e mi nutro
col cucchiaio dell’immaginazione
del cibo più ricco della mia tavola.

luglio ‘20

Rosita Mazzei – Un ballo rubato

   

Te ne andavi in giro di notte, alla ricerca di anime acerbe e senza meta come te. Lungo la riva del fiume sognavi di annegare, in quelle acque nere, i tuoi peccati più grandi e i sogni tramortiti nel sonno di un mattino mai arrivato.

Due sponde e due universi in un contatto non troppo caotico. Dalla tua parte, un mondo fatto di fame, ingiustizie e prevaricazioni. La legge del più forte la faceva da padrona, mentre il popolo moriva di ignoranza e frustrazione. Dall’altra, un regno fatato fatto di soldi, illusioni e voglia di non invecchiare mai. La vita è preziosa quando puoi spenderla in tessuti di organza e profumi asfissianti.

Tu, come tutti i tuoi simili, sognavi di attraversare a nuoto quell’insulso fiume, per vedere con i tuoi occhi qual era il peccato del tuo sangue che ti teneva prigioniero nel deserto degli affetti e della benevolenza. Volevi comprendere il motivo per cui dovevi accettare la povertà come atto caritatevole e come biglietto da visita per l’aldilà. Il pasto caldo lo desideravi nell’immediato, non tra le braccia dei vermi in mezzo alla terra più nera e incolta.

Così, una sera, nonostante la città avesse relegato quelli come te nell’oblio della civiltà per non turbare i cuori ipocriti dell’aristocrazia assassina, decidesti di buttarti nelle acque fredde dell’ingordigia altrui e nuotasti come fa un uomo in mezzo alla tempesta: disperato!

Arrivasti dalla parte giusta della fiera, ma trovasti due mastini ad attenderti a pochi passi dalla salvezza: due guardie bigotte ti guardarono con odio, quell’odio riservato a coloro che non hanno diritto di ribellarsi alle ingiustizie perpetrate nei secoli contro il debole e l’offeso. Non ci pensarono molto a riempirti di botte. Non vi fu processo, né sentenza o qualcuno che assomigliasse a un giudice. La colpa era palese: ribellione contro lo sfruttamento. Ti lanciarono moribondo nello stesso fiume da cui eri arrivato.

Mentre annegavi nell’indifferenza sognasti di ballare in un favoloso castello durante una magnifica festa.

Rosita Mazzei

 

Mario Saccomanno – Passeggiando mentalmente sul plateau

Passeggiando mentalmente sul plateau

Mi fa ribrezzo l’andare a braccetto
di cultura e consumo
a scapito della più pura libertà.
Poco importa se l’abbigliamento retorico
oggi copre un prospetto teorico
che di necessità al suo tono un tocco imprime,
io mi sento qui mi sento distaccato,
nel fumo di tumori industriali
assiepati in ogni famiglia – perduto,
fra corpi ammassati
che compiono i loro lavori fantasma – perduto,
corpi ammassati, ammassati e invisibili,
spettri in carne e ossa fame salario putredine vomito nausea.
Ognuno di noi oggi in fondo
tra il sangue di questi chiodi della croce di Cristo
– perduto.

Quanto mal di vivere
nelle mortificazioni
sottese
dalle
distese
verticali
del
presente
dove
il lavoro – sempre a caccia del suo picco –
mortifica
l’uomo.

Non si aspetti bonaria alterazione:
nell’odierna bonaccia
solo tutt’al più in cerchio giochiamo
a spogliare vecchi concetti con foga
per fare del domani un altro ieri
che mostri infine ancora un identico oggi.

Ho estirpato con mani callose
l’erba nociva dal mio giardino.
Ecco, ne godono tutti e perfino le rose
ora pensano di stracciarsi le inutili spine
nell’acqua gialla del primo mattino.

Scavo, che io non ho nulla da insegnare
e nessuno in fondo può restare
inerte mai del tutto, scavo io scavo nutrendomi
con lo stupore dei principianti,
ma, giorno dopo giorno,
resto sempre più affamato di idee e persone vere.

Oggi si stacca la spina
di un lunapark sempre acceso
e mentre una generazione se ne va via
senza nemmeno rintocchi di campane
io respiro a fatica
il silenzio anestetizzante
di queste strade nude
che provano a vendermi inutilmente
i loro corpi sensuali
dall’odor di primavera.

(Fra parentesi oggi resti
un piccolo appunto
che arriverà ben presto il momento di scordarlo:
la carne celata nella splendida fattezza naturale dello stivale –
articolo fra i tanti ben esposto
nella macelleria del mondo –
era già da tempo in uno stato febbricitante.)

aprile ‘20

Mario Saccomanno

Mario Saccomanno – Torre di Babele

Torre di Babele

C’è un fuoco di matite.
Il rossore affilato d’ogni punta
carezza e stinge la trapunta,
falda di spine che
a fatue necessità educando
scalda,
stordisce,
avvelena
e annienta, infine.

Sia appianato ogni compromesso:
anche le fauci bordate
(se non uccidono da pasto),
infettate,
mortalmente feriscono.
Testa, cuore o mano sia miccia
che desti oggi questa fila scalpicciante.
Meccanici gesti
spingono a snodare
un groviglio di lingue affilate.

Mi sento una casa diroccata di campagna
lì lì per farmi rudere
ma pronto a schiudere le porte
a imprudenti viaggiatori,
a mille animali dar riparo,
a volte persino a predatori.
Sono alcuni luoghi che mi visitano
e non mi resta che afferrarli.
Ecco il canto del picchio,
la selvaggia resistenza dell’ortica
che s’innervano al gracidare delle ore
e restano goduti
come spolverio di conoscenza
nelle lancette del tempo.

Ah, se una poesia
potesse dire ogni sfumatura,
colmare d’inchiostro la distanza,
o perfino con zolfo, sale e mercurio
sfidare, guarire
questa mia fastidiosa e indecifrabile ignoranza.

Mi sento una casa diroccata di campagna
eppure ascolto
e mi dimeno.

Gatti in amore miagolano
una torsione ai miei ricordi
negli intervalli che concede il rumore
di corpi che ansimano la strada.

La mutilazione
inizia col far credere alle poche teste pensanti
di star pensando proprio
quando non si produce alcun pensiero,
ma solo si ripete
il pensiero che gli è imposto.

Scorre un gregge in processione
con a capo pastori
che hanno urlato ogni ciglio
con melodie suonate
dallo stesso flauto d’albe latte e miele.

Resto
curvo
sui dubbi
del mio giorno.

L’incrinatura, una volta spenta,
porti una strana primavera
che sbricioli, frantumi e butti sale
su questa torre di Babele.

Arcavacata, gennaio ‘20, domenica

Mario Saccomanno

 

Il poeta del sensibile

«Ecco chi fu un Poeta – / Che distilla da sorpresa di un senso/ da significati ordinari – / Ed estrae essenza infinita».

I versi della poetessa americana Emily Dickinson ci aprono le porte che ci trascinano ad affacciarci sul mondo poetico creato da Alberto Barina all’interno del suo L’urto della sensibilità.
In un mondo troppo corrotto dalla grettezza del banale, ci ritroviamo tra le mani una piccola perla fatta di eleganza espositiva e caratteri eloquenti. Le parole si vestono di classe e ricercatezza per imprimere sulla carta un bisogno estremo di mostrare al mondo una sensibilità forse troppo a lungo nascosta in un angolo dell’anima del poeta in questione.

«La poesia non serve a niente,/ insiste come il tuono/ che flagella i vetri,/ come il richiamo dei lupi»

afferma Barina all’interno della propria lirica La poesia non serve a niente, quasi a voler proporre un monito a se stesso, ancor prima che agli altri, sull’importanza della stessa come panacea per la propria e altrui esistenza.

Un ottimo esercizio di stile che si unisce alla pienezza di contenuti, laddove gli scheletri nell’armadio che ognuno di noi possiede si mettono a danzare su una musicalità di versi pregni di una voglia immensa di brillare. Poesia e amore si intrecciano con una redenzione del tutto personale, tra le parole sempre pesate e mai lasciate al caso da Barina, attento a ogni sfumatura di significato, che lascia intravedere la voglia di rinascita attraverso una catarsi che, come nell’antica Grecia, depura il poeta e lo spettatore attraverso l’evocazione di una tragedia necessaria e riparatrice.

In un mondo freddo e troppo social per essere davvero socievole col prossimo, Barina cerca di strappare un pezzo di umanità da se stesso e dagli altri, alla ricerca di un senso in questo vuoto farneticare. Le parole, però, non devono essere declassificate nella loro importanza. Se il mondo circostante si abbatte su di noi con discorsi fondati sul nulla, al poeta spetta il compito di lacerare lo spettro della vanità edonista e di ricollocare nella giusta posizione di senso le asserzioni dell’anima. Ed è quello che fa in questo suo prezioso testo il nostro verseggiatore.

L’amore si espande senza alcun timore tra le righe impresse su queste pagine donateci. Esso si presenta in varie forme, tutte di eguale importanza: l’amore per i propri genitori e quello per una donna, o forse sarebbe meglio dire per La Donna. Donna troppo spesso relegata a un ruolo troppo stretto per essere realmente degno di apprezzamento, donna votata a un martirio non richiesto e ingiustificato, donna violata nell’intimo e trattata spesso a mo’ di oggetto funzionale a scopi altri da sé a dalla propria natura, donna persa in un mondo fatto da e per gli uomini. Donne portate alla follia e donne uccise da un potere che da sempre è stato appellativo del genere maschile, che ha relegato la femminilità alla semplice generazione di prole. Ne è un limpido segno la lirica Venivamo tutte per mare i cui versi sono chiarificatori:

«Arrivavamo tutte dal mare/ dalle feritoie della terza classe/ spose, prede in una fotografia,/ eserciti fasciati di loto incorrotti/ a splendere nell’ombra dell’obbedienza,/ ad ardere/ come contadine ed amanti».

La poesia in questione trae ancora più forza dall’essere stata estrapolata da un’ispirazione degna di nota come l’omonimo romanzo storico di Julie Otsuka, come dichiara lo stesso Barina, in cui la scrittrice americana di origine giapponese che narra le vicende di donne partite dal Sol levante per andare in spose agli immigrati nipponici, a loro del tutto sconosciuti, sul suolo americano, di cui possiedono solo una fotografia.

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Come si può notare all’interno delle Note ai testi, inserite dallo stesso scrittore alla fine della propria silloge, i riferimenti bibliografici sono tanti e di un certo rilievo. Segno, anche questo, che un autore per migliorarsi e per poter donare al mondo il proprio vissuto ha comunque bisogno di stabili basi letterarie alle spalle.

«Siamo nani sulle spalle di giganti»

affermava il maestro di retorica Bernardo di Chartres, affermazione riportata a sua volta dal suo allievo Giovanni di Salisbury all’interno del proprio Metalogicon, lasciandoci una metafora che ha attraversato i secoli.
Impossibile, infine, non dare rilevanza al titolo stesso dell’opera. L’urto della sensibilità diviene manifesto reale di quanto divulgato in questo piccolo e importante opuscolo. Lo studio del sensibile, inteso come studio delle percezioni sensibili, della conoscenza che l’uomo acquisisce attraverso i sensi, che va ad aggiungersi a quella prodotta dalla mente, fu il fondamento della visione che ebbe Alexander Gottlieb Baumgarten all’interno di quella branca filosofica che chiamiamo estetica e che ha finito per inglobare in sé la visione artistica.

Un’opera, quella di Barina, fatta di versi esplicativi sulla visione umana, ancorata a un bisogno di estendere verso gli altri il proprio essere e di inglobare al proprio interno visioni poetiche a lotte sociali, per poter camminare al meglio in questo complicato groviglio di emozioni che è l’uomo.

Rosita Mazzei

L’ermetismo che trabocca nell’amore

«So che la poesia è indispensabile, ma non saprei dire per cosa.»

Con questa frase di Jean Maurice Eugène Clément Cocteau vorrei aprire la mia recensione della silloge poetica Tanto vero da farsi utopico di Mario Saccomanno.
Per chi non lo conoscesse, Cocteau è stato un poeta, saggista, drammaturgo, sceneggiatore, disegnatore, scrittore, librettista, regista e attore francese. Egli è l’autore del romanzo Enfant terrible e fece parte del circolo letterario del filosofo Jacques Maritain, che negli anni ’20 del ‘900 radunò intorno alla propria figura una serie di artisti che, stanchi delle vicende belliche del primo decennio del loro secolo, si erano avvicinato al cattolicesimo e al filosofo in questione (basti pensare al pittore George Rouault). Cocteau, inoltre, ebbe una breve, ma intensa relazione con il giovane scrittore Raymond Radiguet, autore de Il diavolo in corpo.
Il perché abbia citato questa sua frase per introdurre l’opera Tanto vero da farsi utopico è davvero molto semplice: spesso e volentieri si ci ostina a uccidere la bellezza della poesia cercando di esplicitare il senso che essa ha racchiuso in sé. Spesso, ancora, si vuole cercare di dare una risposta tecnico-scientifica a quell’enorme bellezza rappresentata dalla cultura umanistica che per noi, sia storicamente che geograficamente, facendo parte dell’antica Μεγάλη Ἑλλάς, era fondamentale sin dai tempi dell’antica Grecia. La bellezza della Poesia la si evince già dal significato stesso del suo nome. La poesia, dal greco ποίησις, con il significato di creazione, è nata ancor prima della scrittura. Ricorderemo tutti, infatti, come già le opere epiche per eccellenza, Iliade e Odissea, fossero tramandate inizialmente in forma orale da parte dell’aedo. Già allora la poesia non aveva bisogno di essere spiegata perché il suo stesso essere messa in atto la poneva come legge morale e divina capace di portare gli uomini sulla retta via e di fargli comprendere l’importanza delle azioni tramandate da parole soavi e potenti.
Ora, nel corso dei secoli, la poesia ha mutato forma, ma non certo intenzionalità.

Facendo un salto secolare non certo di poco conto, nel ‘900 ci si trova innanzi a un Secolo breve ricco di cambiamenti culturali ed emotivi che richiedono una nuova forma di espressività degna di un animo umano così profondo e tormentato. Nasce così l’ermetismo e ritorniamo al fatto che non bisogna affatto spiegare la Poesia poiché essa parla da sé. ll termine, adottato da Francesco Flora nel 1936, rimanda ad una concezione mistica della parola poetica perché fa riferimento alla figura leggendaria e mistica di Ermete Trismegisto (Ermes il tre volte grandissimo) risalente al periodo ellenistico. Sul piano letterario con il termine ermetismo si sottolinea una poesia dal carattere chiuso (ermetico) e volutamente complesso, solitamente ottenuto attraverso un susseguirsi di analogie di difficile interpretazione. Grandi interpreti ne sono stati Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale e Giuseppe Ungaretti.
Non mi sembra affatto un’esagerazione accostare il libro proposto da Mario Saccomanno a questi grandi autori e alla loro metrica. La poesia proposta dal nostro autore non è di facile interpretazione, non è di facile digestione. È talmente complessa da racchiudere un mondo all’interno di sé. Un mondo che non deve essere esplicitato attraverso una parafrasi goffa e semplificativa, ma deve essere raccolta nell’anima e deglutita a piccoli morsi, in modo tale da poter essere gustata al meglio e compresa dal profondo della Ψυχή, l’anima in greco antico, il soffio vitale che ci tiene in vita e ci permette di continuare a guardare le stelle con la stessa aria innamorata che avevamo milioni di anni fa quando iniziavamo a dare un nome alle costellazioni. La poesia di Mario Saccomanno va dunque accolta nel grembo dei nostri spiriti, va compresa, ma non esplicitata, poiché essa ha la capacità di darci le risposte che cercavamo senza bisogno di domandare alcunché. Essa è aria leggera che si tramuta in tempesta con le sue parole colte e raffinate volte a dischiuderci un mondo che vuol farsi scoprire senza rivelarsi mai totalmente.
Quello che Mario Saccomanno ci mostra è un’opera intessuta nel tempo e per il Tempo. Un’opera del genere non nasce dall’oggi al domani, ha bisogno di mesi e mesi di ripensamenti e illuminazioni. Le parole sono state masticate e spolpate per tornare a nuova vita attraverso una metrica accurata e densa di esistenza. In greco antico abbiamo due termini per definire la vita: βιος, la vita quam vivimus, cioè la vita qualificata, che ha un inizio e una fine; ζωή, la vita qua vivimus, ovvero l’essenza della vita. Quest’ultima accezione è riscontrabile pienamente all’interno di Tanto vero da farsi utopico. Lo si può notare perfettamente nei suoi versi, basta sfogliare la poesia Metodiche incertezze.

«Razzolo nei libri e nella vita
per scovare in mille idee
passi falsi e zoppicanti bagliori
dalla scuola del tempo svelati.
Costa molto sangue
cucire sulla pelle
un appiglio di futuro.»

I poeti insegnano a vivere, non a caso Omero era considerato un maestro di vita con i propri poemi che illustravano all’umanità la retta via attraverso quel groviglio di emozioni che siamo tutti destinati a portarci dentro.
«L’importante non è vivere, ma vivere bene», afferma Platone attraverso la bocca di Socrate all’interno del Critone.

«Questa sere non ho versi da scrivere.
Eppure, la mia penna lascia tracce
e l’inchiostro scorre su questo foglio.»

E Mario Saccomanno lascia delle tracce e le lascia in maniera indelebile. Perché questo è il compito del poeta e l’autore in questione è consapevole della ferocia e della delicatezza che solo uno scrittore con la propria penna è capace di portare al mondo.
Ora, nonostante il passato ci abbia mostrato spesso il contrario, dobbiamo dire una verità indissolubile: l’intellettuale si deve fare portavoce della morale o, quanto meno, essere consapevole del fatto che le proprie idee possano pesare molto più di quelle di chiunque altro. In questo caso l’autore si fa portavoce della propria visione del mondo e accompagna il lettore attraverso una Weltanschauung chiara e potente, capace di esprimere i pensieri più alti con una raffinatezza davvero unica. È chiaro che un grado così alto di purezza letteraria non può e non deve essere raggiunto tramite il semplice meditare, ma vi sono dietro studio e dedizione come dovrebbe essere in qualsiasi cosa della nostra esistenza. Le tematiche sono tante e importanti e ognuno di noi può ritrovare in esse un pezzetto della propria anima.

Tutto ciò lo si può notare all’interno della poesia Le conseguenze. La voglia di libertà, la voglia di esprimersi secondo la propria natura.

«Ho rescisso il contratto ingiurioso
da qualcuno siglato a mia insaputa.
Ho tesaurizzato il tremito del tuo odore,
il balbettio scaturito dalla tua presenza.

Sebbene in tempesta,
ha un suono ammaliante
il pulsare del mare.
Sto nuotando nell’acqua di sentina,
la sola che mi offre questa vita,
scalciando ogni mia incertezza,
stracciando ogni mio orizzonte
per dirti finalmente cosa provo.»

Tutto ciò lo si potrebbe legare al poeta e scrittore Cesare Pavese che nel 1950 vinse il Premio Strega. Lo stesso anno l’autore in questione decise di togliersi la vita e non possiamo certamente dimenticare il suo urlo contro la critica letteraria e lo stesso pubblico che, spesso, alimentano la fama di un autore basandosi semplicemente sulle opere più fruibili, tacciando di inspiegabili i grandi libri che invece esprimono a pieno la genialità di un artista, ma troppo complesse per poter essere comprese dai più e nel caso di Pavese era il Dialogo di Leucò in cui l’artista abbandonò il suo ultimo messaggio per il mondo: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Non fate troppi pettegolezzi».

L’artista, dunque, deve sentirsi libero di poter esprimersi al meglio delle proprie potenzialità anche a discapito della generale comprensione.

«Venire gettato in un mondo;
conoscere, per quel che si può;
sognare, ma mai al punto
da far venire il mal di testa;
poi, infine, morire.

Alcuni direbbero: tutto qui?
In molti, in effetti, lo dicono a gran voce
cercando, raggianti, metodici sistemi
ricchi di orpelli, tanto da rendere
l’ignoto non solo afferrabile,
ma perfino necessario
e, se seguiti, facilmente gustabile.

Passa oltre e aggrappati al tuo giorno.
Riposati sul masso della ragione,
nel prato della scienza, tra ragni e formiche,
e bada bene alle tue orecchie.
Fin lì, infatti, arrivano le nuove offerte
delle urla dei proseliti
di tutti quei dispotici profeti.»

Rosita Mazzei